• Varius, il piacere della variazione

    Dopo due lunghi anni di assenza, torna in commercio il Varius. Un brand a cui siamo particolarmente affezionati, sia perché esiste dalla vendemmia 1999, sia perché ha sempre rappresentato il nostro vino “sperimentale”. Se il Salento è da tempo immemore crocevia di culture, il Varius nasce per essere “zona franca” di orizzonti nuovi in chiave enologica, per dare spazio quindi alla sperimentazione, nonché per interpretare le potenzialità del territorio attraverso una ricerca continua. Un riposo necessario, quindi, per un vino che nel corso di questi ultimi 18 anni si è accordato con diversi vitigni: Negroamaro, Cabernet Sauvignon, Montepulciano; poi la variazione dal Montepulciano al Merlot, sino alla sua terza vita di Merlot in purezza.

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  • I colori dell’eleganza

    Da una parte, la continua ricerca del bello e della raffinatezza delle forme verso cui profondiamo il nostro impegno quotidiano, dall’altra, il talento dei giovani stilisti dell’Accademia di Moda Sitam, geniali e capaci di plasmare le stoffe al ritmo della loro creatività. Il connubio è perfetto, il sodalizio è fatto. Nasce dalla sinergia intellettuale e dall’intesa costruita sul fil rouge dell’eleganza romantica, la nostra partnership con l’Accademia leccese.

    Il colore può rappresentare uno stato d’animo, può essere legato a un ruolo, all’eleganza del vivere sociale. Perché non raccontarlo? Ecco che la bellezza delle linee e dei colori delle etichette della nostra linea “classica”, realizzate dalla grafica Elisa Costa, diventano fonte d’ispirazione per gli stilisti che hanno realizzato abiti dalle fattezze straordinarie immortalati negli scatti professionali del fotografo Silvio Bursomannoin uno stile minimal, fatto di robusto senso del colore e chiarezza delle descrizioni. 

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  • Rohesia: identità territoriale, senza compromessi

    L’anno di produzione del Rohesia è stato un battesimo che ha regalato grandi soddisfazioni. Il nuovo rosato  – vinificato dalle stesse uve che costituiscono il cuore del Teresa Manara Negroamaro – è solo alla sua seconda vendemmia, eppure si lascia già riconoscere. Complice il riscontro più che positivo dell’inizio, dovuto all’identità di un vino che non lascia margine a compromessi né si snatura per seguire gli orientamenti dettati dal mercato del momento.

    Le particolari condizioni climatiche dell’annata, complessa per tutto il territorio italiano a causa delle piogge estive che hanno caratterizzato il 2014, hanno richiesto maggiori attenzioni determinando un colore meno intenso rispetto alla produzione precedente. Del resto, la vinificazione di un vino rosato necessita di un approccio tecnico che deve incrociare le diverse variabili di ogni vendemmia.

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  • Teresa Manara Chardonnay “Dieci Settembre”

    Dieci Settembre è una data particolarmente significativa per la vendemmia 2013, poiché indica il giorno di raccolta degli ultimi grappoli del nostro Chardonnay lasciati sulla pianta a godere dei raggi più obliqui del sole di fine estate e delle fresche albe che annunciano l’arrivo dell’autunno. Questa giornata ci ha permesso, infatti, di portare a compimento un’attesa paziente, dedicata ai frutti di una piccola zona nel vigneto del Teresa Manara.

    Si tratta di un’area caratterizzata da peculiarità pedo-climatiche perfette, terreno di medio impasto, calcareo e permeabile, adatto dunque alla surmaturazione dei grappoli sulla pianta, un processo naturale che avviene senza fretta e con l’aiuto del vento. La brezza, invisibile protagonista delle fasi che precedono la vendemmia, è elemento essenziale per consentire alle uve di raggiungere e oltrepassare, perfettamente sane e integre, la maturazione fisiologica, impartendo a questo vino un inconfondibile profilo aromatico.

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  • Fiano Alticelli: undicesima vendemmia e nuovo abito

    Migliorare per tradizione, si può dire sia questo il concetto alla base del nuovo Fiano Alticelli. Questo vino dal colore giallo dorato, svolge certamente il ruolo di simbolo del passaggio alla stagione dei bianchi e della luce più calda, quella estiva, che ne supporta i pregi e ne rivela le origini in parte misteriose e comunque riconducibili all’antica Grecia.

    Il Fiano, che sebbene da sempre richiami alla mente una delle geografie italiane che maggiormente ne hanno connotato la storia, ovvero la Campania, è anche espressione precisa di un vitigno a bacca bianca che nella nostra Puglia è stato sempre presente e gode di una sua storia. Attenzione a non travisarlo perciò; non va confuso, infatti, con il Fiano Minutolo, più aromatico. La nostra attenzione è rivolta a quel Fiano, per così dire, pugliese, che fu protagonista di un viaggio d’approdo nelle Puglie di Federico II di Svevia nel XIII secolo.

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  • Rohesia, il nuovo rosato di Negroamaro

    Quando la schiena del sole scivola lungo le rocce frastagliate delle baie, lungo la cinta slacciata dei due mari che formano questa lontananza a sud del sud, la luce che resta sospesa tra nuvole e pietre ricamate ha gli stessi toni di un vino rosato. Un colore diluito nella fioritura dei petali di rosa che vibrano al rallentatore insieme ai loro effluvi morbidi. Quella tonalità, piena di carattere e di grazia, è una storia d’amore antica, un desiderio che frastorna i dormiveglia degli amanti dando corpo alla vita che ne deriva.

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  • Fanòi, anima mistica e sensuale della terra

    Sullo sfondo di questo vino, nel più intimo dei suoi sensi, ancora intorno alla stagione che lo determina, ci sono i fuochi: il torpore dell’inverno che sta per ritirarsi nelle sue stanze, esattamente un istante prima che la primavera abbia inizio. In primo piano: le memorie che si sprigionano da quei fuochi. Scintille di tempo – peculiarmente umano – che innesca il cinematografo dei ricordi. Lì, nella sfida delle immagini che si avvallano dentro ognuno di noi, spinge il suo calore il Primitivo Fanòi.

    Dove inizia un certo sud del mondo, a Sava, come la postilla al margine di una lettera segreta, si srotolano i vitigni che esprimono questo vino dedicato all’orditura incessante dei mesi freddi, fissati nello splendore della fiamma di un camino o di un grande falò rituale. Il fuoco vivo, uno spazio assoluto, si direbbe. Fatto proprio di una natura, quell’appassionato riverbero, che consuma se stessa fino in fondo per rigenerarsi di nuovo, come il cerchio della rima e delle vite tramandate di padre in figlio, stagione dopo stagione.

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  • La voce del vino protetta dal “Tappo Bio”

    C’è qualcosa di ostinatamente fastidioso nell’involontario difetto che pregiudica l’esito di un procedimento lento e meticoloso. Potremmo paragonarlo alla nota che il soprano stecca durante un virtuosismo apparentemente collaudato attraverso una disciplina regolarmente applicata al dono della voce, in definitiva uno strumento. Simili “steccate” – prendiamo in prestito questo modo di dire dal mondo della musica – se riportate alla dimensione del vino, vengono dette “sentori di difetti”. Il più noto è il cosiddetto “sentore di tappo” di cui il principale responsabile è un fungo, un parassita della quercia da sughero. Prima di aprire una bottiglia, così come prima dell’inizio di un concerto, è impossibile sapere se il vino prenderà una “steccata”  atterrando su una nota ( per così dire ) distorta e che l’olfatto – alla stregua dell’udito raffinato – è in grado di cogliere immediatamente. La conseguenza è un concerto di equilibri rovinati, da qui la necessità di un metodo in grado di arginare il danneggiamento irreversibile della “voce” del vino.

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  • iSensi: nasce il nostro laboratorio sinestetico

    Cos’è un laboratorio sinestetico? Cos’è iSensi?
    Se provi a dare ascolto alla sinestesia del desiderio, oggi, non è che sia semplice capire in che modo dovresti denudarla dalle continue incursioni del quotidiano. Quello che una volta facevano i sensi, infatti, era un raccolto – paziente, lento, generoso – dedicato a una organizzazione intima e molto delicata di ciò che percepiamo ed esprimiamo quando diciamo: vita. I nostri sensi si sono moltiplicati, come per osmosi, gemmando in altre variazioni sul tema.

    Visioni, esperienze, armonie, impressioni, gesti. In tutto questo grappolo di modernità, i sensi restano l’unico vero viaggio, non senza passato, e che conserva un tratto arcaico, quel che ci rende partecipi di una stesura infinita. Alla base di un laboratorio sinestetico, quindi, c’è un’esperienza elementare, archetipica: ogni forma ha un suono, ogni suono ha un sapore, ogni sapore è legato a un gesto, ogni gesto è il frammento di un rito, ogni rito genera una visione, ogni visione è una storia. Persino il gesto semplice ed elegante di versare il vino in un calice è legato – come i grani di un rosario antico – a una somma di tradizioni, narrazioni, memorie. Tutta l’involontaria armonia del vivere, si sprigiona dalla scintilla dei sensi.

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