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Teresa Manara, lo Chardonnay che porta il suo nome

Il Teresa Manara Chardonnay è uno dei vini a cui siamo più legati. Per due motivi, entrambi semplici, entrambi profondi. È stato il primo vino bianco fermentato in legno prodotto in Puglia. E porta il nome di nostra nonna.

Nonostante tutto questo tempo, ogni volta che vedo una bottiglia su un tavolo con su scritto “Teresa Manara”, mi fa sempre un certo effetto. Perché lei, Teresa, era una donna riservata. Non amava i riflettori, non cercava il centro della scena. Stava ai bordi, ma da lì capivi che era lei a tenere tutto insieme.

Credo che le avrebbe fatto piacere questa dedica. Anche se probabilmente avrebbe commentato con un sorriso appena accennato e uno sguardo che diceva: “E adesso che vi siete inventati?”

Chi ci beve, conosce questa storia. Sa che è stato mio padre, Augusto, a voler fare un vino bianco diverso, quando nessuno in Puglia pensava fosse possibile. Ma pochi sanno come tutto è cominciato.

Negli anni ’50, i miei nonni si trasferirono nel Salento. Lui veneto, lei romagnola. Si erano conosciuti a Imola, dove avevano vissuto per un po’, prima di decidere, controcorrente, di scendere al sud. Una specie di emigrazione al contrario: dal nord verso una terra che allora prometteva poco, ma aveva molto da dare. Si portarono dietro usanze, sapori, un’idea di famiglia solida e operosa. Il resto lo impararono qui. Mentre in tanti partivano per cercare fortuna, loro facevano il viaggio opposto, senza certezze ma con un’idea chiara: costruire qualcosa.

Verso la fine di quel decennio, mio padre andò a studiare enologia a Conegliano Veneto. Era il primo della famiglia a studiare vino sul serio. Mio zio Domenico, invece, scelse un’altra strada: gli studi economici. Una scelta fondamentale per dare ordine, concretezza e futuro a quella che, anni dopo, sarebbe diventata la nostra azienda di famiglia. In quel periodo, papà, ogni tanto tornava a casa per i pranzi domenicali. Erano momenti importanti e ruoli ben definiti: mia nonna, da buona romagnola, tirava la sfoglia e curava il ragù alla bolognese. Mio nonno apparecchiava e sceglieva il vino. Nessuno decideva da solo, ma tutti sapevano che l’ultima parola era di Teresa. Una forma silenziosa di matriarcato, che funzionava.

Un giorno, a tavola, lei disse: “Oggi avrei voglia di un vino bianco”. Mio nonno, abituato a scegliere tra rossi e rosati, la guardò perplesso: “Teresa, siamo in Puglia. Qui si fanno rossi. Al massimo rosati”. Lei non si scompose. Continuò a mescolare il ragù e, senza cambiare tono, rispose: “Bene. Vorrà dire che lo chiederò ad Augusto. Uno solo per me”.

Quella frase, buttata lì tra una tagliatella e un silenzio, rimase. Mio padre non disse niente, quel giorno. Ma se la tenne dentro.

Ci vollero quarant’anni. E quando finalmente riuscì a creare il bianco così come lo aveva sempre immaginato, elegante, profondo, con il carattere giusto, lui e lo zio Domenico decisero di chiamarlo così: Teresa Manara.

Nonna Teresa non lo assaggiò mai. Purtroppo. Ma in qualche modo, quel vino le somiglia. Ha qualcosa della sua discrezione. Della sua fermezza.  Non so se sia un vino di memoria o un vino di visione. Forse entrambe le cose. Ma ogni volta che lo versiamo, è come se quella frase, detta in cucina mezzo secolo fa, stesse ancora aspettando risposta.



di Paolo Cantel

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Paolo Cantele

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Racconto il mondo dal punto di vista di chi lo vive ogni giorno. Non solo il vino, ma anche tutto ciò che lo rende possibile.

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