Il nostro approccio al metodo classico è stato, fin dall’inizio, decisamente laico. Nessuna venerazione, nessuna voglia di imitare. Solo un profondo rispetto e una grande curiosità. Perché trecento anni di storia dello Champagne sono appena sufficienti a raccontare la complessità di uno dei metodi di vinificazione più affascinanti che esistano. Non ci siamo mai illusi di capirlo davvero, né tantomeno di avvicinarci a chi lo pratica da generazioni. Ma la domanda, a un certo punto, è arrivata: vogliamo provarci?
Mio fratello ci pensava da un po’. Ogni tanto, tra un imbottigliamento e una vendemmia, spuntava fuori l’idea. Un blanc de blancs? Di Chardonnay? Affascinante, certo. Ma complicato. Perché non abbiamo le acidità necessarie, il clima è diverso, e fare finta che non lo sia sarebbe stato un errore. Il rischio era quello di rincorrere qualcosa che non ci appartiene. E questa è una cosa che non ci è mai piaciuta fare.
La risposta, come spesso accade, è arrivata da un’intuizione semplice. In quel periodo, stavamo lavorando al nuovo Rohesia Rosato “fermo”, un progetto che nasceva per affiancare il nostro rosato storico, in produzione da oltre quarant’anni. E allora ci siamo detti: perché non provare a raccontare questo vitigno, il Negroamaro, in due modi diversi ma complementari? Due anime dello stesso nome. Due versioni della stessa storia. Una silenziosa, ferma. L’altra viva, in movimento, attraversata dalle bolle e dal tempo.
I primi anni sono stati, più che altro, un ascolto. Perché il Negroamaro lo conosciamo bene, o almeno così pensavamo. Lo conosciamo come rosato, come rosso, in tutte le sue declinazioni. Ma con la rifermentazione in bottiglia è tutta un’altra storia. Cambia il ritmo, cambiano le regole. Cambia il modo in cui il vino respira, evolve, si esprime. E cambia anche il nostro sguardo.
Abbiamo cominciato in punta di piedi. Qualche prova con 24 e 48 mesi sui lieviti, Brut ed Extra Brut. E poi, un po’ per sfida, un po’ per gioco, è arrivato anche un Pas Dosé da 60 mesi. Bottiglie lasciate in cantina, volutamente dimenticate. O forse nascoste, per vedere cosa sarebbero diventate. Non c’era fretta. E, a dire il vero, nemmeno un piano preciso.
Il risultato ci ha piacevolmente sorpreso. Perché dentro quelle bottiglie c’era qualcosa che non ci aspettavamo. Una voce nuova, pulita, sottile. Non più un esercizio di stile, ma un racconto credibile, autentico. E soprattutto nostro.
Oggi, dopo dieci anni, il Metodo Classico Rohesia comincia ad avere un senso. Non è un progetto da grandi numeri, non lo sarà mai. Lo vendiamo, sì. Ma è più un esperimento che una strategia commerciale. Più un dialogo tra noi che una risposta al mercato. Ci diverte, ci incuriosisce, ci fa guardare il nostro lavoro da un altro punto di vista. E forse, in fondo, ci dice anche qualcosa su chi siamo. Perché fare vino è anche questo: provare, sbagliare, riprovare. E, ogni tanto, lasciarsi sorprendere.
di Paolo Cantel
Racconto il mondo dal punto di vista di chi lo vive ogni giorno. Non solo il vino, ma anche tutto ciò che lo rende possibile.