Tempo fa, sotto un post dedicato al nostro Chardonnay Teresa Manara, è comparso un commento che, lo ammetto, inizialmente mi ha dato fastidio: “Perché fare vini con vitigni internazionali? Abbiamo una terra meravigliosa con grandi varietà autoctone a bacca bianca.” Giusta osservazione. Ma anche incompleta. O meglio: parziale.
Negli ultimi anni, l’attenzione dei consumatori è tornata con forza sui vitigni autoctoni, bianchi compresi. Anche in quelle regioni tradizionalmente considerate meno vocate per questa tipologia di vini.
Verdeca, Malvasia Bianca, Fiano, Bombino, Bianco d’Alessano. E più in generale, c’è una riscoperta bella, orgogliosa, delle varietà che raccontano il territorio da secoli.
Ma c’è una parte della storia recente del vino italiano, quella dei dinamici anni ’90, che andrebbe ricordata con più rispetto. Perché senza quella, forse, oggi neanche gli autoctoni del Sud sarebbero dove sono.
In quegli anni, proporre un vino bianco delle regioni meridionali non era scontato. Il mercato guardava altrove, e le aspettative erano basse.
Alcune realtà pugliesi cominciavano a farsi notare, già dagli anni 80 in realtà, con rossi di personalità, soprattutto a base di Negroamaro, ma per i bianchi la strada era ancora tutta da tracciare.
In quel contesto, scegliere di partire da un vitigno conosciuto e riconosciuto a livello internazionale era, prima di tutto, un modo per attirare attenzione. Dimostrare di saper fare bene qualcosa di familiare apriva la possibilità di far scoprire, un passo alla volta, anche tutto il resto.
Lo Chardonnay fu, per noi, quella chiave. Un vitigno francese, sì. Ma nel nostro caso diventato anche una dichiarazione di possibilità. Mostrare che in Salento, terra di rossi e rosati, si poteva produrre un grande bianco, vinificato in legno, con un’identità forte. E che quel vino, nato in una terra che d’estate ti toglie il fiato dal caldo, potesse vincere per due anni consecutivi il premio White Wine of the Year all’International Wine Challenge di Londra, qualcosa doveva pur significare.
Non era solo una medaglia. Era un segnale chiaro: che il Sud non era soltanto quantità o rusticità, e che la sua qualità non si fermava ai rossi e ai rosati. Anche un bianco, nato in una terra di sole forte e venti asciutti, poteva ambire a standard alti, e reggere il confronto fuori dai confini. Quello sguardo, che allora fu attirato con un vitigno internazionale, ha poi permesso a tanti altri di riscoprire, e finalmente valorizzare, i vitigni autoctoni del Sud.
Oggi, per fortuna, è tutto cambiato. L’offerta di bianchi meridionali è ricchissima, e il consumatore è più curioso, più preparato.
Ma quella strada, qualcuno doveva pur aprirla. Quindi a chi ha scritto quel commento, e forse un po’ anche a me stesso, vorrei dire: sì, oggi celebriamo l’identità. Ma per farlo con dignità, qualcuno prima ha dovuto guadagnarsi attenzione, sfidare pregiudizi, alzare l’asticella.
E se oggi un turista francese assaggia il nostro Chardonnay e riparte con l’auto piena di bottiglie, io continuo a pensare che quella scelta, tanti anni fa, abbia avuto un senso.
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